Sul promontorio calcareo che segna il confine tra Italia e Francia, a pochi chilometri da Ventimiglia, si apre uno dei complessi speleoarcheologici più densi d'Europa. Le sedici caverne note come Balzi Rossi — o Grottes de Grimaldi nella denominazione francese — hanno restituito, nel corso di oltre centocinquant'anni di scavi, materiali che coprono un arco temporale di circa 250.000 anni, dal Paleolitico inferiore fino al Mesolitico.
I primi sopralluoghi scientifici risalgono alla seconda metà dell'Ottocento, quando il botanico e paleoantropologo Émile Rivière e, successivamente, il principe Alberto I di Monaco condussero esplorazioni sistematiche nelle grotte costiere. Le tecniche dell'epoca erano ancora lontane dai criteri stratigrafici moderni, ma consentirono comunque di recuperare una quantità notevole di materiale osteologico, industria litica e, soprattutto, alcune tra le prime sepolture del Paleolitico superiore documentate nel Mediterraneo occidentale.
Stratigrafia e sequenza culturale
La sequenza stratigrafica di Balzi Rossi è eccezionale per continuità e spessore. I livelli basali della Grotta del Principe hanno restituito industrie riferibili all'Acheuleano, databili tra 250.000 e 130.000 anni fa mediante analisi termoluminescenza e uranio-torio su calcite spelitica. I depositi intermedi contengono una serie musteriana articolata in più facies, con presenza di manufatti riconducibili a Homo neanderthalensis.
La transizione verso il Paleolitico superiore è documentata nei livelli di interfaccia di almeno tre grotte del complesso. La Grotta del Caviglione e la Grotta dei Fanciulli mostrano livelli aurignazianti e gravettianii sovrapposti senza discontinuità stratigrafica evidente, un dato che ha alimentato il dibattito sulla natura dei rapporti tra le ultime popolazioni neanderthaliane e i primi Homo sapiens nella regione.
Le sepolture gravettiane
Tra i ritrovamenti più significativi si contano almeno otto sepolture individuali e plurime attribuite al Gravettiano (circa 28.000–18.000 anni fa). I defunti erano deposti in posizione rannicchiata, spesso con corredo di conchiglie forate Spondylus e Cyclope neritea, perle in avorio di mammut e ocra rossa. Le analisi isotopiche condotte su campioni ossei hanno permesso di ricostruire diete prevalentemente basate su proteine marine, coerenti con la prossimità del sito alla costa.
«La densità di sepolture gravettiane a Balzi Rossi non ha confronti nell'arco alpino occidentale e rappresenta un riferimento imprescindibile per lo studio dei comportamenti funerari del Paleolitico superiore europeo.»
— Rivista di Scienze Preistoriche, vol. LXX, 2020
Metodi di scavo applicati nel sito
Gli scavi più recenti, condotti dalla Soprintendenza Archeologia della Liguria in collaborazione con l'Università di Genova, adottano un protocollo di documentazione tridimensionale basato su fotogrammetria strutturata da struttura-da-movimento (SfM). Ogni unità stratigrafica viene registrata prima della rimozione con una nuvola di punti ad alta densità, consentendo la ricostruzione virtuale del deposito originario.
Il sedimento asportato viene sottoposto a setacciatura a secco con maglie da 2 mm e a flottazione per il recupero dei macroresti vegetali carbonizzati. I campioni per la datazione radiocarbonica vengono prelevati seguendo protocolli AMS (Accelerator Mass Spectrometry) che consentono di lavorare su quantità di carbonio molto ridotte — meno di un milligrammo — riducendo al minimo il disturbo del deposito.
Datazione dei livelli musteriani
La datazione dei livelli musteriani ha posto problemi metodologici considerevoli, poiché il radiocarbonio non è applicabile oltre 50.000 anni fa. Per questi depositi si ricorre a tecniche complementari:
- Termoluminescenza (TL) applicata a strumenti litici esposti a calore durante la preparazione delle superfici di scheggiatura.
- Risonanza paramagnetica elettronica (ESR) su smalto dentale di grandi ungulati.
- Serie dell'uranio su speleotemi calcitici che sigillano i livelli di interesse.
I risultati convergenti di questi tre metodi hanno permesso di collocare i livelli musteriani di Balzi Rossi tra 90.000 e 40.000 anni fa, con la fase più tarda che mostra tratti transizionali verso l'Uluzziano, un'industria litica considerata da alcuni ricercatori il prodotto culturale degli ultimi Neanderthal in Italia.
Il museo preistorico di Villa Hanbury
I materiali recuperati nelle campagne storiche sono conservati al Museo Preistorico dei Balzi Rossi, ospitato in una palazzina ottocentesca adiacente alle grotte. La collezione comprende circa 9.000 reperti tra industria litica, manufatti in osso e avorio, elementi di ornamento personale e calchi delle principali sepolture.
Il museo è gestito dal Museo Nazionale Romano ed è incluso nel circuito delle istituzioni afferenti al Ministero della Cultura. Le grotte stesse sono sottoposte a vincolo diretto ai sensi del D.lgs. 42/2004 e l'accesso alle caverne principali è regolamentato per preservare i depositi ancora in situ.
Tutela e prospettive di ricerca
Nonostante l'intensità delle campagne storiche, si stima che oltre il 60% dei depositi originari sia ancora intatto. Le nuove metodologie non invasive — georadar, tomografia elettrica, lidar aereo — permettono oggi di pianificare interventi mirati senza compromettere le sequenze sedimentarie. Un progetto di digitalizzazione integrale delle grotte, avviato nel 2022 con finanziamenti europei Horizon, punta alla creazione di un gemello digitale del complesso speleoarcheologico.
Per ulteriori approfondimenti sulla normativa vigente in materia di tutela dei siti preistorici si rimanda al portale del Ministero della Cultura e alla rivista dell'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.