Sotto la superficie dei grandi laghi prealpini del Nord Italia — Garda, Maggiore, Varese, Ledro, Idro — giacciono i resti di centinaia di villaggi costruiti su piattaforme lignee erette direttamente sull'acqua o sulle rive sommerse. Queste strutture, note come palafitte o insediamenti lacustri su pali, furono abitate da comunità neolitiche, dell'Età del Rame e dell'Età del Bronzo in un arco temporale che va approssimativamente dal 4500 al 900 a.C.
Nel 2011, centoundici siti lacustri distribuiti tra Italia, Svizzera, Austria, Francia, Germania e Slovenia sono stati iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO sotto la denominazione collettiva «Siti palafitticoli preistorici dell'arco alpino». Di questi, quarantasei si trovano sul territorio italiano, con una concentrazione particolarmente elevata in Lombardia e nel Trentino-Alto Adige.
Il lago di Varese e l'Isolino Virginia
Tra tutti i siti italiani, l'Isolino Virginia nel lago di Varese occupa una posizione di rilievo per la continuità delle indagini e per la qualità dei depositi conservati. Le prime ricerche sull'isolotto risalgono al 1863, quando il naturalista Bartolomeo Gastaldi segnalò la presenza di pali lignei affioranti dalla riva. Gli scavi sistematici, avviati dal Museo Civico di Varese a partire dagli anni Quaranta del Novecento, hanno portato alla luce strati di occupazione sovrapposti che documentano circa tremila anni di frequentazione continuativa.
I depositi organici conservati nel sedimento subacqueo — semi, fibre vegetali, resti di fauna domestica e selvatica, frammenti di tessuto — offrono una finestra eccezionale sulle economie di sussistenza delle comunità neolitiche. L'analisi archeobotanica dei campioni prelevati negli scavi più recenti ha identificato specie coltivate come farro (Triticum dicoccum), orzo (Hordeum vulgare) e lenticchie (Lens culinaris), accanto a un'ampia gamma di piante raccolte nei boschi circostanti.
Dendrocronologia: datare i pali
I pali lignei che costituivano le fondazioni dei villaggi su palafitte rappresentano una fonte di datazione straordinaria. La dendrocronologia — la disciplina che ricostruisce la data di abbattimento di un albero analizzando la sequenza degli anelli di crescita annua — ha permesso di costruire cronologie assolute di precisione decennale per molti siti alpini.
Nel caso dei siti lombardi, la sequenza dendrocronologica di riferimento per le querce (Quercus) e per i frassini (Fraxinus) è stata estesa fino al 4000 a.C. grazie alla sovrapposizione di serie provenienti da diversi siti. Questo consente di datare con precisione non solo la costruzione iniziale del villaggio, ma anche le fasi di manutenzione e di abbandono, identificabili attraverso variazioni nel ritmo di sostituzione dei pali.
Metodi di scavo subacqueo
L'archeologia subacquea lacustre presenta sfide metodologiche specifiche rispetto agli scavi terrestri. I depositi si trovano a profondità variabili tra meno di un metro e oltre dieci metri, spesso in acque con visibilità ridotta e in presenza di correnti che rendono difficoltosa la documentazione in situ.
Le tecniche attualmente adottate nei siti alpini includono:
- Fotogrammetria subacquea con telecamere stereoscopiche, che permette la restituzione tridimensionale di superfici estese con un margine di errore inferiore al centimetro.
- Georadar subacqueo e sonar a scansione laterale per la mappatura non invasiva dei depositi sommersi prima dell'apertura di saggi di scavo.
- Campionamento per colonne su sedimento indisturbato per analisi palinologica, malacologica e isotopica.
- Setacciatura a colonna d'acqua per il recupero di resti faunistici e botanici di piccole dimensioni.
Il lago di Ledro e il villaggio del Bronzo Antico
Il sito di Ledro, in Trentino, è tra i meglio conservati dell'arco alpino. Scoperto nel 1929 in seguito all'abbassamento del livello del lago per esigenze idroelettriche, il villaggio bronzeo ha restituito oltre duemila pali in perfetto stato di conservazione, insieme a ceramiche, armi in bronzo e resti di un'ampia gamma di specie animali. Le analisi dendrocronologiche hanno attribuito la costruzione del villaggio a una fase compresa tra il 2100 e il 1700 a.C.
«La conservazione dei materiali organici nei depositi lacustri è tale che i semi rinvenuti a Ledro risultano ancora germinabili in laboratorio, un dato che sottolinea le condizioni anaerobiche eccezionali del contesto.»
— Atti del Convegno Internazionale sulle Palafitte Alpine, Trento, 2019
Reperti e aspetti sociali
I materiali recuperati negli insediamenti lacustri restituiscono informazioni dettagliate sulle reti di scambio a lunga distanza già attive nel Neolitico. Manufatti in selce di provenienza toscana e laziale, perle in ambra baltica, asce in giadeite delle Alpi cozie e ceramiche con decorazioni che trovano confronti in area danubiana testimoniano contatti sistematici su scale geografiche di diverse centinaia di chilometri.
Tutela dei siti sommersi
I siti palafitticoli italiani sono sottoposti a un doppio regime di tutela: quello derivante dall'iscrizione UNESCO e quello previsto dal Codice dei Beni Culturali. La Soprintendenza del Mare coordina le attività di monitoraggio subacqueo, mentre i musei civici dei territori interessati gestiscono la conservazione e la valorizzazione dei reperti recuperati.
Il principale rischio per la conservazione dei depositi è rappresentato dalle variazioni del livello delle acque lacustri — sia per cause naturali sia per regolazione idroelettrica — che possono esporre il sedimento all'ossigenazione, determinando la rapida degradazione dei materiali organici. I protocolli di monitoraggio periodico dei livelli di acqua nelle zone di interesse paleoambientale sono disciplinati da accordi tra le autorità di bacino e le soprintendenze competenti.
Per consultare la carta nazionale dei siti palafitticoli e la relativa banca dati, si rimanda al portale del Ministero della Cultura. La documentazione UNESCO è disponibile sul sito del World Heritage Centre.